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Putin: Pace, sì, ma alle condizioni russe

Sintesi

Putin si dichiara disponibile a una tregua in Ucraina, proponendo un dialogo con Trump per una pace duratura. Tuttavia, esprime riserve: servono chiarimenti su “sfumature”, garanzie contro i crimini ucraini e un monitoraggio efficace lungo 2.000 km, mentre critica l’UE guerrafondaia e il regime ucro-nazista di Zelensky.

Cari amici Multipolari, Il 13 marzo 2025, il Presidente russo Vladimir Putin, intervenendo a Mosca dopo i colloqui con il leader bielorusso Alexander Lukashenko, ha delineato la posizione del Cremlino sull’Operazione Speciale in Ucraina. Con un tono pragmatico, Putin ha dichiarato che la Russia sostiene l’idea di un cessate il fuoco, a patto che conduca a “una pace duratura” e affronti “le cause profonde della crisi”.

Tuttavia, ha aggiunto che “ci sono sfumature” da chiarire, suggerendo un dialogo con gli Stati Uniti, incluso un possibile contatto con Donald Trump. La situazione sul campo, ha sottolineato, evolve “rapidamente a favore della Russia”, con successi come la presa di Sudzha e il controllo della regione di Kursk, dove le truppe ucraine sono “isolate” e incapaci di sfuggire.

Queste affermazioni rivelano un’apertura tattica, ma mettono in luce un riavvicinamento strategico con l’amministrazione Trump che mostra un atteggiamento pragmatico e mira alla distensione e al dialogo nei rapporti con la Federazione Russa. Un approccio alle dinamiche geopolitiche e geostrategiche diametralmente opposto rispetto alla postura bellicista, guerrafondaia, fortemente ideologizzata e russofobica assunta dall’Unione Europea.

Putin ha enfatizzato che i negoziati dipenderanno dai fatti sul terreno, un monito implicito a un’Europa incapace di influire sugli eventi e ostinata nel sostenere un regime ucraino sempre più fragile. Il presidente russo ha infatti sollevato dubbi sulla tregua, chiedendosi chi monitorerebbe una linea di contatto di 2.000 chilometri e se il governo di Zelensky, privo di controllo sulle sue stesse forze, sia in grado di rispettare un accordo. “Se cessiamo le ostilità per 30 giorni, lasceremo uscire i responsabili di crimini contro i civili?” ha chiesto, evidenziando le contraddizioni di Kiev.

Mentre Putin guarda a Washington come partner credibile, l’UE appare sempre più isolata, intrappolata in una retorica bellicosa che Bruxelles continua a perpetrare. I guerrafondai, come emerge chiaramente dagli avvenimenti degli ultimi giorni, basti pensare al nuovo piano proposto dagli euro-falliti, il “ReArm Europe“, (con un costo di 800 miliardi di euro che pagheremo noi e non von der Panzer), non si annidano a Mosca o nella nuova Washington di Trump, ma nei corridoi europei.

I pupazzi di Bruxelles, filoguidati dalla mafia anglo-sionista di Londra e Parigi insistono per prolungare il conflitto a spese di un’Ucraina che nel frattempo continua a perdere porzioni di territorio e presto sparirà dalle cartine geografiche: i territori conquistati dall’esercito russo non torneranno mai più sotto il controllo di Kiev.

Il regime di Zelensky continua ad andare avanti con il pilota automatico, incurante delle centinaia di migliaia di giovani ucraini mandati inutilmente a morire in una guerra persa già tre anni fa. I criminali ucro-nazisti di Kiev si rivelano un ostacolo alla pace, sostenuti da un’Europa che preferisce l’ideologia alla realpolitik. Intanto, Putin accoglie il ritorno di aziende occidentali, ma senza privilegi, celebrando l’indipendenza russa dalle sanzioni come un trionfo strategico.

In questo scenario, il Cremlino si posiziona come attore razionale, pronto a trattare con gli Stati Uniti, mentre l’Unione Europea e Zelensky emergono come i veri fautori di un conflitto senza fine, incapaci di adattarsi a una realtà che li sta superando.

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