Sintesi
In Serbia, le proteste contro Vučić, esplose dopo il crollo di Novi Sad (15 morti), sono orchestrate da ONG finanziate da Open Society e UE. Media come N1, legati a BlackRock, amplificano il caos. Uno schema da “rivoluzione colorata” per colpire un governo sovrano, come in Ucraina, Romania.
Amici Multipolari, la Serbia sta vivendo un periodo di forte tensione politica e sociale, segnato da mesi di proteste contro il governo del presidente Aleksandar Vučić. Mobilitazioni “spontanee”, iniziate a novembre 2024 dopo il crollo di una tettoia nella stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato 15 morti, sono cresciute nel tempo, coinvolgendo studenti, lavoratori e ampi settori della società civile. I manifestanti accusano le autorità di corruzione, scarsa trasparenza nella gestione degli appalti pubblici.
Il 15 marzo 2025 a Belgrado si è raggiunto il culmine delle proteste con decine di migliaia di persone in piazza contro il governo di Aleksandar Vučić. Attraverso le ONG, foraggiate da Open Society Foundations (OSF) e dall’UE, i poteri globalisti danno gli ultimi colpi di coda ma inutilmente: il futuro del mondo è multipolare. A Belgrado hanno proposto un copione già visto più e più volte con le “rivoluzioni colorate“, mi vengono in mente, per esempio, le proteste di Euromaidan, nel 2014, in Ucraina, sappiamo bene poi com’è andata a finire. Dietro le urla per la giustizia c’è un piano chiaro: vogliono far fuori un governo non gradito alla Cupola finanziaria di Londra e Parigi.
Le ONG sono l’arma dei globalisti
Le proteste degli studenti in Serbia sono supportate da ONG come il Comitato Helsinki per i Diritti Umani in Serbia, legato a Open Society, e sigle tipo Transparency Serbia o il Belgrade Centre for Security Policy, che ricevono fondi da Soros e da Bruxelles. Queste organizzazioni finanziano direttamente gruppi studenteschi, comitati di professori, giornalisti e sedicenti “intellettuali” per organizzare la protesta.
Fingono di volere trasparenza, ma sono solo arieti dell’elite globalista che ha Vučić nel mirino. L’UE non bada a spese per esportare la “democrazia”, a suon di milioni di euro e progaganda, tanto i soldi, come sempre, li mettiamo noi cittadini. Attraverso finanziamenti opachi finanzia queste ONG, usandole per colpire un governo che non si piega agli ordini di Bruxelles, dice no alle sanzioni contro Mosca e fa affari con Pechino.

N1 Televizija: propaganda mascherata da giornalismo
Il gruppo dei globalisti controlla anche una buona parte dei media in Serbia, fra tutti svetta N1 Televizija, un canale che millanta di essere indipendente ma è in realtà uno strumento della propaganda liberal globalista. Appartiene a United Media, una costola di United Group, colosso delle telecomunicazioni nei Balcani che si occupa di tv, internet e telefonia. A tirare i fili di United Group c’è BC Partners, un fondo britannico di private equity che nel 2019 ha comprato l’azienda per 2,5 miliardi di euro, infilandoci i suoi capitali e quelli di altri pesi massimi della finanza occidentale.
Tra questi spunta BlackRock, il gigante americano degli investimenti, che ha una fetta di United Group e porta in dote i suoi miliardi gestiti per conto di banche d’oltreoceano. Foraggiata da questi soldi, N1 non è una tv qualunque: è un’emittente sfacciatamente filo-UE, che passa le giornate a pompare l’idea di un’Europa unita e perfetta, mentre spara a zero su Vučić, dipingendolo come un tiranno da abbattere. Le proteste? Le trasmette in diretta, ore e ore di copertura, dando la parola solo a chi attacca il governo, studenti che blaterano contro il governo, attivisti delle ONG e oppositori vari.
N1 è un canale che segue punto per punto l’agenda di Open Society di Soros che vuole un mondo senza confini né identità. Lui, l’oligarca di Budapest, anni fa ha messo soldi in BlackRock, non una montagna, ma abbastanza da far girare la testa e anche se non comanda N1 con un telecomando, la sua ombra aleggia eccome. Basta guardare: N1 martella col racconto di una Serbia “da salvare”, un Paese da strappare al “dittatore” Vučić per consegnarlo a Bruxelles, pronta a piazzarci un bel governo fantoccio. È il megafono perfetto dell’UE: non informa, indottrina, e lo fa con i dollari e gli euro che riceve, senza sosta.
Rivoluzioni colorate 2.0: la Serbia nel mirino
Stiamo assistendo a una replica del copione già visto con la Rivoluzione Arancione in Ucraina del 2004 e con Euromaidan del 2014: Open Society, il potente strumento del filantro-capitalista ungherese, finanzia ONG e gruppi di giovani per scatenare proteste e abbattere governi invisi all’Occidente. In Ucraina, nel 2004, il movimento Pora ha ricevuto fondi da Open Society per mobilitare le piazze e costringere Viktor Yanukovich a cedere; anni dopo, con Euromaidan, organizzazioni come il Centro Anticorruzione, sostenute dallo stesso magnate, hanno orchestrato le dimostrazioni a Kiev fino a rovesciare il governo democraticamente eletto ma indigesto alla mafia anglo-sionista.
In Serbia, i plenum studenteschi di oggi sono i diretti eredi di Otpor!, il gruppo che nel 2000, grazie ai dollari dell’oligarca Soros e del National Endowment for Democracy, un’organizzazione legata agli interessi americani, ha spodestato Milošević con una campagna di proteste e blocchi stradali. La strategia è collaudata: si prende una tragedia come il crollo di Novi Sad, con i suoi 15 morti, e la si trasforma in un pretesto per infiammare la piazza, affidandosi a gruppi organizzati, studenti e attivisti in prima linea.
Nel frattempo i media controllati dall’Occidente, N1 in testa, amplificano il caos dipingendo il governo come corrotto e incapace. Poi arriva l’UE, con le sue dichiarazioni altisonanti sulla “democrazia”, pronta a legittimare il tutto e a favorire l’ascesa di un leader più accomodante. Vučić è il bersaglio da colpire: guida il Paese con una politica di equilibrio, rifiuta di allinearsi ciecamente all’Occidente, si oppone alle sanzioni contro Mosca e stringe accordi con Pechino per infrastrutture vitali. Per chi controlla Bruxelles, è un ostacolo da eliminare, un simbolo di resistenza che va spezzato.

Vučić, Georgescu e Orbán i leader non graditi a Bruxelles
Non si tratta di un fenomeno limitato alla Serbia. In Romania, a novembre 2024, Călin Georgescu, candidato dichiaratamente ostile all’UE, si è visto scippare le elezioni presidenziali dopo aver dominato il primo turno con il 23% dei voti. La sua vittoria ha spiazzato i globalisti, ha scatenato la reazione delle ONG filo-UE: queste hanno invaso le piazze di Bucarest con sit-in davanti al tribunale elettorale, denunciando presunti brogli e pressando per l’annullamento del voto.
La Corte Costituzionale, eterodiretta dall’UE, ha sfruttato il pretesto delle accuse su fantomatiche interferenze russe, mai provate, e ha cancellato l’intera elezione a dicembre. Successivamente a prima arrestato e poi impedito a Georgescu di partecipare alla nuova tornata di maggio 2025 mentre le proteste dei suoi sostenitori venivano soffocate con gas lacrimogeni (avevo già dato conto di questo grave attentato alla democrazia in Romania con questo articolo: Romania: Stop della Corte a Georgescu).
In Ungheria, Viktor Orbán affronta un’offensiva simile: studenti, finanziati da Open Society e da reti legate a Bruxelles, hanno paralizzato Budapest con blocchi stradali e manifestazioni contro il suo governo, accusato di non piegarsi ai diktat europei. L’UE, che tollera a malapena la sua linea indipendente, lo ha messo nel mirino, spalleggiando apertamente questi movimenti per indebolirlo. Serbia, Romania, Ungheria: tre Paesi, tre leader, Vučić, Georgescu, Orbán che rifiutano di sottomettersi all’establishment europeo, tre crisi orchestrate con lo stesso schema. È una caccia spietata a chi dice no alla dittatura UE, un copione che si ripete con cinica precisione.
La finta democrazia UE
L’Unione Europea e Open Society di Soros lavorano per lo stesso scopo: cancellare le identità nazionali, riducendo Paesi come la Serbia a pedine di un progetto globalista che non tollera dissenso. La Serbia è solo l’ultimo campo di battaglia in questa guerra senza quartiere, un scontro tra chi lotta per difendere la propria sovranità e chi vuole incatenarla a un sistema di controllo sempre più autoritario. Le rivoluzioni colorate, dalla Rivoluzione dei Bulldozer in Serbia nel 2000, che fece cadere Milošević, all’Ucraina di Euromaidan nel 2014, lo dimostrano senza ombra di dubbio: dietro i proclami di libertà e progresso si nasconde una regia spietata, una mano che non libera i popoli, ma li strangola con un guinzaglio sempre più stretto.


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