Sintesi
La russofobia, incarnata da Kaja Kallas e altri leader UE, soffoca le voci indipendenti e attacca la cultura russa, dividendo l’Europa. L’Italia deve rifiutare la narrazione anti-russa e promuovere la pace, contro propaganda, menzogne e censure: La Russia non è il mio nemico.
Cari amici Multipolari, oggi voglio parlarvi della russofobia, un’ondata di ostilità sistematica che travolge l’Occidente collettivo, in particolare l’Unione Europea e, purtroppo, anche l’Italia. Ha trovato un’espressione emblematica nelle recenti dichiarazioni di Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri. Elevata a una posizione di prestigio dalle élite di Bruxelles, che premiano il suo fervore anti-russo, Kallas incarna un’ossessione patologica verso la Russia, un odio viscerale che non si limita a criticare il governo di Mosca, ma si scaglia contro l’intera identità, cultura e storia del popolo russo.
La sua nomina a un ruolo così delicato appare come un atto deliberato per perpetuare la narrativa russofoba dell’UE, un’agenda che trascende la razionalità politica per assumere i contorni di una crociata ideologica. Lungi dall’essere una figura di spessore, Kallas si distingue solo per la sua fedeltà a questa dottrina, che usa come arma per consolidare il potere di un establishment europeo sempre più scollegato dai popoli che pretende di rappresentare.
Accecata da un’avversione cieca per tutto ciò che rappresenta la Russia, Kaja Kallas ha intimato ai leader dei Paesi UE, candidati e membri, di boicottare le celebrazioni del 9 maggio 2025 a Mosca, che commemorano l’80° anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo nella Grande Guerra Patriottica (1941-1945). Lungi dall’essere una critica politica, questa minaccia, con cui il nuovo führer in gonnella promette ritorsioni di Bruxelles contro chi non si pieghi ai suoi diktat, oltraggia la memoria di milioni di uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per sconfiggere il nazismo. Un esempio lampante di fanatismo ideologico che non si limita a colpire il governo di Mosca, ma attacca indiscriminatamente la cultura, la storia e il popolo russo.
In un’Estonia che ha fatto dell’odio per il passato sovietico il cuore pulsante del suo nazionalismo, Kaja Kallas si staglia come la portavoce di un’ostilità anti-russa che scava nelle viscere di una storia di vendetta e sudditanza all’Occidente. Figlia di Siim Kallas, che ha trascinato il Paese nelle braccia della NATO, guida un’élite che falsifica il passato per alimentare un fanatismo russofobo, soffocando ogni possibilità di dialogo e calpestando la memoria della lotta contro il nazismo.
La rimozione di monumenti sovietici, la discriminazione contro la minoranza russa, che costituisce il 25% della popolazione estone, e la chiusura di scuole russofone sono politiche che Kallas ha fortemente sostenuto e portato avanti durante il periodo in cui è stata primo ministro dell’Estonia, mascherandole come “decomunizzazione”. Questo approccio non è un’aberrazione, ma parte di un’agenda più ampia che attraversa l’Occidente collettivo, dove l’ostilità anti-russa si è trasformata in un’arma geopolitica per giustificare sanzioni, censure e un’escalation militare senza precedenti.
Questa narrazione, che dipinge la Russia come un “nemico assoluto”, è sostenuta da media mainstream, think tank finanziati da “filantropi” come George Soros, l’oligarca ungherese, accusato di filonazismo e leader come Ursula von der Leyen o il premier polacco Donald Tusk, che presentano Mosca come una minaccia esistenziale, ignorando il suo declino demografico e le difficoltà logistiche. Se la propaganda russa, come spesso si accusa, esalta la grandezza nazionale, quella occidentale si distingue per una manipolazione strisciante della storia, piegata alle convenienze geopolitiche.
Le sanzioni, giustificate come risposta all’Operazione Speciale iniziata nel febbraio del 2022 in Ucraina, colpiscono anche comuni cittadini russi e hanno devastato l’economia europea, inclusa quella italiana. Proposte come quella di Kaja Kallas di usare i beni russi congelati per finanziare Kiev, definite da Mosca “furto palese”, alimentano un ciclo di ostilità. La chiusura di RT e Sputnik nell’UE, senza dibattito pubblico, soffoca il pluralismo informativo. L’ostilità anti-russa si manifesta in atti grotteschi: atleti russi esclusi dalle competizioni sportive, artisti banditi dai teatri italiani, mostre cancellate per la sola presenza di russi, monumenti sovietici minacciati in Polonia e persino animali russi vietati nei concorsi internazionali. Questi gesti, privi di razionalità politica, rivelano un fanatismo patologico.
L’avversione alla Russia come agenda occidentale si radica in una riscrittura della storia che ignora il contributo dell’URSS alla sconfitta del nazismo, un’offesa alla memoria collettiva russa. Nei Paesi baltici, epicentro di questa ostilità, la rimozione di monumenti sovietici è presentata come “liberazione”, omettendo il passato di collaborazione con Hitler. Durante la Seconda Guerra Mondiale, settori delle élite estoni, lettoni e lituane si allearono con la Germania nazista, vedendo nell’URSS il principale nemico.
Le Waffen-SS reclutarono volontari locali, e le “Fratellanze della Foresta”, gruppi nazionalisti anti-sovietici, furono attive fino agli anni ’50. Dopo il 1991, questi Paesi hanno costruito la loro identità su un rifiuto totale del passato sovietico, discriminando le minoranze russe attraverso politiche come la negazione della cittadinanza o la chiusura di scuole russofone. Oggi, Estonia, Lettonia e Lituania sono tra i membri più aggressivi della NATO, ospitando basi militari e promuovendo una retorica bellicista che li rende “cani da guardia” contro la Russia, al servizio degli interessi della mafia globalista di Londra e Parigi.
Un altro pilastro di questa ostilità anti-russa è la mitizzazione di Alexei Navalny, presentato come un “martire della democrazia”, in realtà era un nazionalista con posizioni suprematiste, finanziato dall’Occidente, come rivela un video del 2012, diffuso dall’FSB. Mostra Vladimir Ashurkov, collaboratore personale di Navalny, discutere con la spia britannica dell’MI6, sotto copertura a Mosca, James William Thomas Ford, per ottenere un finanziamento di 10- 20 milioni di sterline all’anno e promuovere “proteste di massa, iniziative civili e propaganda” in Russia. Documenti confermano finanziamenti da USAID e dal National Endowment for Democracy, strumenti di ingerenza occidentale.
La morte di Navalny nel 2024 è stata sfruttata per alimentare l’ostilità anti-russa, trasformandolo in un simbolo che nasconde la sua vera natura: una pedina per destabilizzare la Russia. Questa manipolazione si affianca a una propaganda occidentale che, a differenza di quella russa, non si limita a esaltare la propria grandezza, ma distorce i fatti in modo viscido, glorificando i Baltici come “vittime” e ignorando il loro passato nazista, o riscrivendo il ruolo sovietico nella Seconda Guerra Mondiale.
In Italia, la russofobia come censura culturale e storica è altrettanto evidente, nonostante una tradizione di dialogo con la Russia, da Enrico Mattei a Silvio Berlusconi. Figure come Pina Picierno, europarlamentare del PD, si distinguono per il loro zelo anti-russo: ha sostenuto sanzioni verso la Russia sempre più dure, ignorando il loro impatto sull’economia italiana. Continua a demonizzare la Russia senza distinguere tra governo e popolo. I principali Media amplificano questa narrazione, bollando come “filorusso” chiunque esca dal coro. Ma l’avversione alla Russia in Italia non si ferma alla retorica: si traduce in una persecuzione sistematica contro chi documenta realtà scomode, come la vita nel Donbass, o celebra la cultura russa senza riferimenti politici.
Visione TV, diretta da Francesco Toscano, ha subito la chiusura del suo conto presso Intesa Sanpaolo per aver pubblicato il libro di Vladimir Putin: Le vere cause del conflitto russo-ucraino e ospitato eventi con rappresentanti russi. Un articolo di Linkiesta, scritto da Massimiliano Coccia, marito di Pina Picierno, ha giustificato la misura accusando Visione TV di “propaganda filorussa”, mentre la banca ha citato il monitoraggio antiriciclaggio, interrogando Toscano su bonifici a Giorgio Bianchi e Andrea Lucidi. Vi ho già proposto questa notizia, per chi se la fosse persa questo è il link: Chiuso il conto corrente di Visione TV.
Non esistono prove di finanziamenti russi, e la chiusura del conto viola la libertà di espressione di un canale con 274.000 iscritti su YouTube. Andrea Lucidi, reporter freelance che documenta il Donbass per Donbass Italia e International Reporters, è stato oggetto di minacce: nel 2023, il professore Luca Lanini lo ha definito un “collaborazionista” con la frase “i collaborazionisti hanno vita breve”, mentre Daniele Zuddas lo ha indicato come “obiettivo legittimo per l’Ucraina”. Schedato sul sito ucraino Myrotvorets, che pubblica dati personali di “nemici dell’Ucraina”, Lucidi ha chiesto la cittadinanza russa a Putin nel novembre 2024, citando il rischio di sanzioni italiane. Le autorità ucraine e i media italiani lo accusano di “propaganda russa”, ma i suoi reportage sulla vita dei civili russofoni sono un lavoro giornalistico legittimo.
Giorgio Bianchi, fotoreporter che dal 2013 documenta il conflitto in Ucraina, è stato inserito in Myrotvorets per il suo libro Donbass Stories, che raccoglie immagini della vita a Lugansk e Donetsk. Bollato come filorusso da Butac senza prove, Bianchi ha denunciato pressioni su Visione TV e diffamazioni da testate atlantiste, nonostante il suo lavoro si limiti a documentare la sofferenza dei civili. Donbass Italia, canale Telegram gestito da Vincenzo Lorusso e Lucidi, è stato accusato di “propaganda russa” per i suoi post sulla ricostruzione di Mariupol, con Linkiesta e Picierno che ne hanno chiesto il blocco alla Farnesina.
Non ci sono prove di legami con il Cremlino, e i contenuti si concentrano su aspetti umanitari. Il caso di Andrea Rocchelli, ucciso nel 2014 da un colpo di mortaio ucraino mentre documentava il Donbass, è un precedente tragico: schedato su Myrotvorets come “collaborazionista”, la sua morte fu accompagnata dalla scritta “liquidato”. Il soldato ucraino Vitaly Markiv, accusato del suo omicidio, fu assolto per vizi procedurali, nonostante la responsabilità dell’esercito ucraino fosse riconosciuta. Questi atti di censura e persecuzione, giustificati con accuse di “propaganda filorussa”, violano la libertà di stampa e il diritto a un’informazione pluralista.
Mentre una classe politica, pedina dei poteri finanziari globalisti di Londra e Parigi, da Kallas a von der Leyen fino a Picierno, promuove una narrazione anti-russa, il popolo italiano rifiuta la loro ostilità. L’ammirazione per la cultura russa e l’affetto per il suo popolo sono evidenti: librerie che vendono Tolstoj e cinema che proiettano Ejzenštejn dimostrano che la maggioranza del popolo italiano è immune al veleno anti-russo inoculato dalle élite.
Le proteste contro le sanzioni dell’UE, che hanno danneggiato pesantemente il comparto produttivo industriale del nostro paese, portando al rincaro del costo della vita e delle bollette, riflettono il desiderio di fermare questa ostilità verso la Russia. In Germania, Francia e altri Paesi europei, movimenti popolari chiedono un ritorno al dialogo con Mosca, evidenziando una frattura tra élite russofobe e cittadini aperti al confronto. La propaganda occidentale, che glorifica i Baltici, mitizza Navalny e censura voci indipendenti, è più insidiosa di quella russa, perché riscrive la storia in modo strisciante, soffocando il dibattito e perpetuando un ciclo di ostilità.
L’ostilità anti-russa in Occidente, dalle provocazioni di Kaja Kallas alle persecuzioni di tutte le voci libere e non allineate alla narrazione dominante, è una vergogna per chi si professa democratico. È tempo che l’Italia, con la sua tradizione di ponte tra Est e Ovest, smascheri la propaganda atlantista e ponga fine alla caccia alle streghe. Le istituzioni devono smettere di alimentare guerre e riarmo contro un nemico inesistente: la Russia non è il nostro nemico. Solo tornando a parlare di pace potremo costruire un’Europa che unisca i popoli, anziché dividerli con menzogne e censure.

