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La tela di Penelope: perché la riforma permanente impedisce il cambiamento vero

Il mito di ieri e la realtà di oggi: tessere e disfare come metodo di governo

La tela di Penelope nasce storicamente come uno stratagemma di resistenza: fare e disfare lo stesso tessuto per prendere tempo, evitare una scelta definitiva e tenere in scacco i pretendenti. Oggi, questo antico inganno letterario è diventato la struttura portante della nostra architettura sociale, politica ed economica. Viviamo immersi in un vocabolario saturo di termini come transizione, innovazione, sostenibilità, semplificazione e resilienza. Eppure, grattando via lo smalto della retorica, ci si accorge che la sostanza dei rapporti di forza e l’inefficienza dei sistemi rimangono immutate. È la logica del gattopardismo applicata alla modernità: accettare la trasformazione apparente e superficiale affinché la struttura del potere profondo rimanga intatta.

I moderni telai della conservazione: burocrazia, economia e istruzione

Il paradosso della nostra epoca è che l’immobilità non si ottiene più arrestando il movimento, ma accelerandolo in un ciclo infinito privo di una direzione reale. Questa dinamica si manifesta con precisione chirurgica in tre ambiti chiave del nostro quotidiano.

La burocrazia come labirinto infinito

La burocrazia rappresenta la massima espressione di questa tela contemporanea. Essa non si oppone al cambiamento; al contrario, lo normatizza e lo moltiplica. Produce costantemente nuove riforme per semplificare procedure che essa stessa ha reso farraginose, dando vita a un moto circolare privo di sbocchi. Si istituiscono tavoli tecnici per coordinare altri tavoli e si lanciano piattaforme digitali per caricare documenti già in possesso dello Stato. Il burocrate moderno non blocca il cittadino con un netto rifiuto, ma lo avvolge in un labirinto di adempimenti preliminari. Se prima la fila si faceva davanti a uno sportello fisico, oggi la si fa davanti a un portale online. Il telaio di Penelope non è più fatto di fili di lana, ma di infiniti moduli digitali.

Economia, tecnologia e la maschera della transizione

Anche l’universo economico adotta la medesima strategia. Grandi gruppi industriali ridisegnano la propria immagine aziendale dipingendola di verde, evocando la sostenibilità ed esibendo certificazioni ecologiche d’avanguardia. Ma dietro la facciata del greenwashing, i modelli estrattivi e la compressione dei diritti del lavoro restano saldamente al loro posto. Il vecchio potere economico non si presenta più con il cilindro, ma con una foglia verde nel logo.

Parallelamente, la tecnica promette di liberare l’individuo attraverso lo smart working e la connessione costante. Tuttavia, l’esperienza quotidiana mostra come la tecnologia spesso si limiti a mutare la forma della dipendenza, spostando i confini dello sfruttamento direttamente all’interno delle mura domestiche o concentrando dati e potere in mani sempre più ristrette.

La scuola e la riforma come stato naturale

Il settore dell’istruzione è un altro esempio emblematico. Da decenni la scuola è sottoposta a un flusso ininterrotto di riforme, acronimi, crediti e metodologie didattiche d’importazione. Eppure, la crisi strutturale del sistema educativo, la perdita di autorevolezza della figura del docente e il divario sociale rimangono ferite aperte. La riforma, da strumento eccezionale di miglioramento, è diventata lo stato naturale dell’istituzione, finendo per consumare le energie di chi la vive e oscurando la sua missione primaria: la trasmissione del sapere e lo sviluppo del pensiero critico.

Il gattopardismo psicologico: perché preferiamo l’alibi all’azione

Questa perenne agitazione, che simula il movimento per garantire l’immobilità, non risparmia nemmeno la nostra dimensione personale. Quante volte rimandiamo le scelte decisive inaugurando infiniti cicli di buoni propositi che noi stessi finiamo per sabotare? Tessere e disfare diventa un eccellente alibi psicologico per evitare la responsabilità di una scelta reale. Non sempre restiamo immobili perché qualcuno ci blocca; a volte lo facciamo perché il cambiamento che invochiamo ci farebbe perdere la scusa che ci protegge.

Chi possiede il telaio?

Se a livello individuale questo meccanismo risponde a dinamiche di autodifesa emotiva, a livello macroscopico sorge un interrogativo fondamentale e squisitamente politico: chi trae reale beneficio da questa gigantesca e perenne messa in scena della transizione? Chi controlla, in ultima analisi, il telaio della nostra società? La risposta richiede di andare oltre gli slogan del presente continuo per analizzare i reali rapporti di forza che regolano il nostro tempo.

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