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Dazi USA contro lo sfruttamento: il cortocircuito dell’élite intellettuale globalista

La difesa dell’ortodossia e il panico degli esperti

L’entrata in vigore delle nuove misure restrittive e l’applicazione dei DAZI USA nei confronti delle merci derivate da lavoro forzato hanno generato una reazione immediata quanto prevedibile. Non si tratta soltanto della copertura offerta dai principali quotidiani, ma di un fenomeno che coinvolge l’intera pletora di giornalisti, opinionisti, analisti ed “esperti” da talk show legati al pensiero unico globalista.

Di fronte a un provvedimento che mira a fermare l’importazione di beni prodotti in condizioni di palese sfruttamento dei lavoratori, l’apparato intellettuale si è compattato nell’evidenziare presunti rischi sistemici e minacce alla stabilità dei mercati.

L’ipocrisia del dumping sociale mascherato da libero mercato

Il cortocircuito argomentativo è evidente. Per oltre un trentennio, il circuito dell’informazione mainstream ha sostenuto che la delocalizzazione selvaggia e la libera circolazione di beni a bassissimo costo fossero tappe inevitabili del progresso economico. Si è scientemente taciuto il fatto che quel modello si reggesse sul dumping sociale e sullo sfruttamento sistematico delle popolazioni locali, con il contestuale smantellamento del tessuto industriale e dei diritti del lavoro in Occidente.

Quando la politica decide di intervenire per mettere un freno alla concorrenza sleale contro il Made in USA e riaffermare un principio di sovranità economica, la casta degli analisti entra in sofferenza logica. Perché difendere il libero scambio a tutti i costi significa, nei fatti, avallare la schiavitù industriale? E fino a che punto questo apparato è disposto a spingersi pur di proteggere la propria narrazione?

Nella diretta di oggi affronteremo il tema analizzando dati, documenti e i passaggi più emblematici delle ultime analisi pubblicate.

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