Per oltre tre decenni, il dibattito pubblico e accademico è stato dominato da un dogma apparentemente indiscutibile: il mercato globale doveva essere lasciato libero di agire, deregolamentato e privo di vincoli statali. Ci è stato raccontato che i mercati si sarebbero autoregolati, garantendo il benessere collettivo. La storia recente, tuttavia, ha presentato il conto. Quel modello di “massima libertà” si è tradotto nella libertà per la finanza speculativa di spadroneggiare, spesso ai danni degli stessi Stati sovrani e dei loro cittadini.
Oggi quel ciclo si sta esaurendo. Assistiamo a un’inversione di rotta globale, un cambiamento metodologico e strutturale che prende il nome di sovranismo economico: il ritorno dello Stato e della decisione politica come guide strategiche dello sviluppo.
Che cos’è (e cosa non è) il sovranismo economico
Spesso confuso, erroneamente e in modo fuorviante, con spinte nazionalistiche d’inizio Novecento, il sovranismo economico non ha nulla a che fare con l’isolamento o l’ostilità identitaria. Al contrario, si tratta di un approccio razionale e metodologico alla gestione della cosa pubblica. Significa riconoscere che un’entità politica democratica deve possedere gli strumenti economici e industriali per proteggere il proprio tessuto sociale dalle tempeste della globalizzazione selvaggia.
Quando i mercati finanziari diventano così potenti da poter ricattare i governi eletti, imponendo agende che impoveriscono le classi medie e smantellano lo stato sociale, non siamo più di fronte a un sistema libero, ma a un’oligarchia tecnocratica. Il sovranismo economico risponde a questa deriva riaffermando un principio cardine: l’economia deve rispondere alla comunità, non viceversa.
Ristabilire l’ordine naturale: la gerarchia dei valori
Per uscire dalle sabbie mobili del capitalismo deregulation-driven, è necessario rimettere ordine nella scala delle priorità sociali. Una società sana e stabile deve tendere a una gerarchia chiara, dove ogni elemento occupa il gradino che gli spetta di diritto:
- Il Popolo (Al vertice): Al gradino più alto risiede la comunità dei cittadini. Il benessere biologico, materiale, culturale e lavorativo del popolo è il fine ultimo e la giustificazione stessa dell’esistenza di uno Stato.
- La Politica al servizio del popolo: Subito sotto troviamo la Politica. Essa trae la sua legittimità dal popolo e ha il dovere morale e costituzionale di tracciare la rotta, pianificare il futuro, porre limiti etici e proteggere i più deboli. La politica deve stare sopra l’economia.
- L’Economia reale: Al terzo gradino si posiziona la produzione concreta. È il mondo del lavoro, delle imprese, delle fabbriche, dell’agricoltura e delle infrastrutture. L’economia reale produce ricchezza tangibile e risponde ai bisogni reali della popolazione.
- La Finanza al servizio del popolo (Al gradino più basso): All’ultimo livello della piramide deve stare la finanza. Per troppi anni trattata come un idolo a cui sacrificare diritti e tutele, la finanza deve tornare a essere ciò che è sempre stata per natura: un puro strumento tecnico. Deve servire a finanziare l’economia reale e i progetti dello Stato, subordinata alle decisioni politiche e mai superiore ad esse.
Verso un nuovo paradigma globale
Il tramonto del laissez-faire non è un pio desiderio, ma un dato di fatto geopolitico. Le più grandi potenze mondiali hanno già abbandonato la retorica del libero mercato globale per adottare massicci piani di sussidi statali, dazi protettivi e nazionalizzazioni di filiere strategiche.
La globalizzazione senza regole ha dimostrato i suoi limiti sistemici. Rimettere la finanza al suo posto – all’ultimo gradino – e restituire alla politica la sua funzione di guida non è un ritorno al passato, ma l’unica strada percorribile per garantire la stabilità sociale e la sicurezza democratica nel mondo multipolare che sta nascendo.

